h1

La spesa letteraria

20 Febbraio, 2008

Vi proponiamo un punto di vista sul mondo della grande distribuzione:   “Ci sono alcuni aspetti del nostro quotidiano su cui forse non ci interroghiamo molto, se non in termini di risparmio immediato e spesso più di tempo che di soldi. Tra questi c’è sicuramente il fare la spesa. Per molti è diventato quasi naturale passare il fine settimana dentro grandi centri commerciali tra acquisti e intrattenimento, ma difficilmente riusciamo a fermarci un attimo per riflettere su ciò che comporta affidarsi alla grande distribuzione quasi per ogni esigenza del nostro quotidiano. Tanti sono però coloro che criticano la gestione dell’economia globalizzata e avanzano proposte ed esempi concreti per riportare queste dinamiche a un livello più umano.

Monica Di Bari e Saverio Pipitone hanno scritto un libro uscito perArianna Editrice all’inizio di quest’anno: Schiavi del supermercato. Il titolo potrebbe sembrare eccessivamente provocatorio, ma a lettura terminata vi posso assicurare che non lo è per nulla. Anzi. La prima parte del testo analizza la grande distribuzione in Italia nei suoi diversi settori, dall’alimentare all’arredamento, dalla tecnologia alla distribuzione cinematografica. In poche pagine e con una lingua molto chiara i due autori ci mettono sotto gli occhi, con dati e analisi, ciò che forse in fondo un po’ noi sappiamo già: quando andiamo a comprare qualcosa noi in realtà non scegliamo affatto, la nostra non è vera libertà e, soprattutto, tendiamo a vivere di bisogni abilmente indotti da strategie di marketing.Passando da IKEA (che è oggetto di precise critiche) a Mediaworld, facendo slalom tra gli scaffali di Coop o Esselunga (e le polemiche tra questi due attori non ne pongono nessuno al di fuori di questo tipo di sistema) per finire con una serata in un multisala: lo scenario che ci viene presentato ci parla dell’omologazione di gusti e consumi e di un cittadino che è sempre più solo consumatore senza comunità. E nel numero de Il Consapevole in edicola fino alla fine di novembre, uno degli autori (Pipitone) porta avanti la riflessione concentrandosi in particolare su Wal-Mart - pronta a sbarcare in Italia – e IKEA.Ma fortunatamente le alternative non mancano e in questo sta un grande pregio del libro: nella seconda parte infatti elenca una serie di reali possibilità per valorizzare le produzioni tipiche e locali, per ridurre l’impatto ambientale di produzione e consumi, per riscoprire concetti come convivialità e condivisione con in più la conoscenza di ciò che realmente finisce nei nostri piatti e nelle nostre case. Dai gruppi d’acquisto solidali a Critical Wine ai mercatini locali del biologico.Le strade che già molte comunità stanno percorrendo sono più che praticabili: è anzi auspicabile che queste azioni di consumo critico si diffondano sempre più, per tutelare una biodiversità che sia attenta non solo alla tutela delle specie e delle produzioni ma anche agli stili di vita rispettosi dell’ambiente, del lavoro e dei diritti. E che contribuisca adabbattere la dittatura del Pil come unico strumento per valutare la qualità della vita, in un’ottica di decrescita e felice sobrietà. Il tutto risparmiando.Perché viene da pensare che sia un circolo vizioso da cui è difficile uscire: salari bassi e lavori precari obbligano a limitare il più possibile la spesa e quindi a rivolgersi in particolare alle grandi catene che possono permettersi prezzi più competitivi. Ma dovremmo anche chiederci perché questi prezzi possono essere così bassi. Costruire reti differenti per gli acquisti è forse l’unica risposta possibile per uscire da questa spirale.”Schiavi del supermercato. La grande distribuzione in Italia e le alternative concreteMonica Di Bari, Saverio PipitoneArianna Editrice

h1

un pò di storia

17 Febbraio, 2008

Al CIVA dal 20 dicembre al 24 febbraio 2008 “Supermarche d’Europe 1957-2007″ 
Dai primi negozi self-service ai centri commerciali “integrati” a basso impatto ambientale

I supermercati europei hanno 50 anni


Bruxelles li festeggia con una mostra

Per l’Italia partecipano Esselunga, inaugurato proprio nel 1957, e la Coop

di ROSARIA AMATO

   

<B>I supermercati europei hanno 50 anni<br>Bruxelles li festeggia con una mostra</B>

La coda per l’apertura del primo supermercato belga, nel dicembre 1957

ROMA - Nel 1957 vengono inaugurate le prime sedi di Esselunga in Italia e di Delhaize in Belgio: una data che segna un profondo cambiamento nelle abitudini di spesa e nei consumi in Europa. Ma in effetti negli anni ‘50 i tentativi di negozi o catene di negozi “a servizio libero” sono molti. S’ispirano ai supermercati americani, che sono già una realtà. Ai supermercati, e ai loro primi 50 anni in Europa, il Centre International Pour la Ville, l’Architecture et le Paysage (CIVA) di Bruxelles dedica una mostra che verrà inaugurata domani, 20 dicembre, e rimarrà aperta fino al 24 febbraio 2008. Fotografie, pagine di giornali, manifesti e pubblicità ripercorrono, come dice il titolo, la storia dei “Supermarche d’Europe 1957-2007″. Le code per le prime aperture, i primi grandi parcheggi pieni di automobili perché in pochi anni si scopre la formula “no parking no business”. Fino ad arrivare ai giorni nostri, con i “punti vendita a basso impatto ambientale” della Coop. Coop ed Esselunga sono i soli supermercati italiani invitati alla mostra, che parla dell’Europa ma in effetti mostra anche le esperienze di Oltreoceano. Come la foto di un supermercato in miniatura all’interno di un trenino giocattolo, la dimostrazione evidente di quanto già negli anni ‘50 negli Stati Uniti queste strutture di vendita fossero diffuse e facessero ormai parte del paesaggio e delle abitudini americane. Ma la mostra di Bruxelles vuole anche offrire un momento di riflessione sul significato del successo e della diffusione dei supermercati. “Negli anni che seguirono la Seconda Guerra Mondiale – spiegano i curatori – il commercio europeo era preoccupato per il suo avvenire. Doveva seguire ancora le formule tradizionali delle ’succursali’, oppure ispirarsi alle nuove tendenze, come “il self-service” largamente dominante negli Stati Uniti?”. Prevale la seconda ipotesi, ed è una rivoluzione nel commercio. 

 

Certo, una rivoluzione “importata”. Nel 1932 negli Stati Uniti esistevano già 300 supermercati, nel 1948 erano già arrivati a 30.000. Ma l’Europa a poco a poco si adegua: tra i pionieri, oltre ai già citati Esselunga e Delhaize, Sainsbury in Gran Bretagna, Migros in Svizzera, Coop ancora in Italia, HLM in Francia. Inizialmente i primi supermercati nascono da grandi negozi all’interno delle città, riadattati alle nuove esigenze. Ma poi, già dagli anni ‘60, si preferiscono le periferie, adatte a grandi strutture con grandi parcheggi. Si arriva poi agli ’shopping center’ veri e propri. I negozi tradizionali puntano il dito contro i supermercati, accusandoli di allontanare la clientela dai centri cittadini. Fino ad arrivare alle soluzioni “integrate” ed “ecocompatibili” contemporanee. 
 
“laRepubblica” 

 

h1

Gabriele il filosofo

16 Febbraio, 2008

Vi proponiamo una video-intervista fatta a Gabriele, un “filosofo” napoletano
che esprime le proprie opinioni su come si dovrebbe fare la spesa.
 

 

h1

quelli che la spesa…la fanno di domenica!

16 Febbraio, 2008

h1

Il commercio equo e solidale

16 Febbraio, 2008

Che cos’è e come funziona?!

Il Commercio Equo e Solidale (Fair Trade in inglese) è un sistema di distribuzione, basato sul rispetto e la trasparenza, il cui scopo preminente è assicurare i diritti dei produttori e dei lavoratori svantaggiati, specialmente nel Sud del Mondo. Si contrappone allo sfruttamento spesso operato dalle multinazionali e si propone di raggiungere una maggiore equità nel commercio internazionale.

Il Fair Trade sostiene chi è messo ai margini dal mercato tradizionale allo scopo di aiutarlo a passare da una posizione di vulnerabilità alla sicurezza ed all’autosufficienza economica. Inoltre permette ai lavoratori di avere un ruolo attivo all’interno delle loro organizzazioni.

Ipotesi di base per tale politica economica praticata soprattutto da associazioni e cooperative, con un elevata presenza di volontariato nei paesi ricchi, sono idee quali:

  • i prezzi vengono stabiliti da soggetti forti (multinazionali, catene commerciali) indipendentemente dai costi di produzione che sono a carico di soggetti deboli (contadini, artigiani, emarginati);
  • l’incertezza di sbocchi commerciali dei prodotti impedisce a contadini e artigiani di programmare seriamente il proprio futuro;
  • il ritardo dei pagamenti, ovvero il fatto che gli acquirenti paghino la merce molti mesi dopo la consegna e spesso anni dopo che sono stati sostenuti i costi necessari alla produzione (infrastrutture, semenza, nuovi impianti arborei, materie prime), favorisce l’indebitamento di soggetti economicamente deboli e un circolo vizioso che porta spesso all’usura;
  • i produttori non conoscono i mercati nei quali vengono venduti i loro prodotti e dunque non riescono ad adeguarsi e tanto meno a prevedere mutamenti nei consumi;
  • al fine di ridurre i costi, vengono impiegate tecniche di produzione che nel medio-lungo periodo si rivelano particolarmente negative per il produttore e/o la sua comunità;
  • al fine di aumentare i quantitativi prodotti, si fa ricorso al lavoro di fasce della popolazione che nei paesi ricchi viene particolarmente tutelata (bambini, donne incinte, …) e si rinuncia alla formazione dei giovani;
  • persone con scarsa produttività (rispetto alla concorrenza) non hanno di fatto possibilità di sopravvivere sul mercato;

Il commercio equo-solidale interviene creando canali commerciali alternativi a quelli dominanti, al fine di offrire degli sbocchi commerciali a prezzi minimi a coloro che producono in condizioni ritenute più sostenibili.

I principali vincoli da osservare sono i seguenti:

  • divieto del lavoro minorile
  • impiego di materie prime rinnovabili
  • spese per la formazione/scuola
  • cooperazione tra produttori
  • sostegno alla propria comunità
  • creazione, laddove possibile, di un mercato interno dei beni prodotti

Gli acquirenti (importatori diretti o centrali di importazione) dei paesi ricchi, si assumono impegni quali:

  • Prezzi minimi garantiti (determinati in accordo con gli stessi produttori)
  • quantitativi minimi garantiti
  • contratti di lunga durata (pluriennali)
  • consulenza rispetto ai prodotti e le tecniche di produzione
  • prefinanziamento